Lo scopo non è tanto condurre lo spettatore alla scoperta del mondo enoico dell’arte, a ripercorrere quel connubio che lega da sempre arte e vino, quanto quello di voler scoprire, trasposti in immagine, l’insieme dei sentimenti e delle sensazioni che il vino suscita, catturando simultaneamente tutte le nostre facoltà sensoriali, attraverso la stimolazione principale di una sola di queste: il fenomeno psichico della sinestesia, pertanto, diviene la chiave di lettura principale delle ventitré opere d’arte in mostra.
Scoprire le opere per poter giungere a cogliere le loro caratteristiche sinestetiche, significa porsi in “ascolto” con esse: si tratta di ascoltare “organismi vivi” fatti di materia, di colore, di tratto, di tocco, di ingegno, che raccontano, mediante la loro fattura, di un’altra materia viva, il vino, attraverso una percezione sensoriale che dovrebbe ricondurci a scoprire il gusto, il profumo, il colore stesso di quel vino, in un processo à revers rispetto a quello compiuto dagli artisti ispirati dal nettare lieo.
Grazie alla suggestione indotta dalle diverse composizioni, è possibile immaginare il pulsare vivido e profondo del vino che entra in immediato contatto con le nostre facoltà percettive, alterandole e blandendole con la stessa forza di una sua assunzione diretta. Tra opere enoiche e altre che sanno di vino, il nettare di Bacco si esprime e brilla di luce propria attraverso un percorso (sin)estetico che non smette mai di stupire, impressionando i sensi. Dietro la loro creazione c’è tutto il buonumore delle tavolate, dei simposi, delle allegre compagnie riunite in convivio, della letteratura sul vino, delle conoscenze della corretta degustazione, del commercio enologico e di tante altre cose, in un interessante raffronto tra l’espressione artistica e il suo rapporto con il vino, mai uguale, mai lineare e mai scontato. Una chiave di lettura più che attuale, emozionante, di profonda valenza e capace di far riflettere con rara e crescente passione.
Attraverso slittamenti semantici e di senso, di visioni “laterali” di soggetti talvolta conosciuti, talvolta difficilmente afferrabili, nell’impiego stesso della materia, sia essa pittorica, scultorea o declinata attraverso fotografie e video, gli artisti descrivono momenti di solitudine, trascorsi in compagnia del solo bicchiere di vino. Dipingono con il vino, lo commentano e lo accompagnano con parole che traducono tutti i processi sensoriali che della degustazione fanno parte, analizzano l’atto della pigiatura dell’uva, la sua trasformazione quasi magica o alchemica, lo traducono pittoricamente in una gamma di rossi, purpurei, vinaccia, verdi che inondano la tela o colmano l’occhio che bramoso si poggia su di loro. Creano sculture che coinvolgono simultaneamente due o più sensi, al fine di stimolare tutti gli altri a percepire le caratteristiche del vino, realizzano fotografie e montano video in cui la multisensorialità diviene tramite per la sinestesia. In tutte, la funzione sinestetica si esplica ad un livello profondo, ripercuotendosi, attraverso l’anima, anche sui sensi più lontani, considerando la predisposizione dello spettatore a farsi coinvolgere in un’esperienza tanto complessa.
La lettura di ogni opera si traduce allora in una piccola degustazione eno-visiva: coinvolge immediatamente l’occhio e, attraverso questo, precipita chi guarda in una percezione sensoriale che inebria e affascina. Chiamato a tradurre gli stimoli che ogni opera suscita in lui, lo spettatore va alla ricerca di termini che si fanno essi stessi interpreti della sinestesia, cerca analogie, metafore, allegorie, paragona le sensazioni emergenti con ciò che di reale conosce, cerca di dare ordine e porre confini a quanto prova, per evitare di abbandonarsi ad un tripudio ebbro di sapori, odori, colori.
I materiali usati, le forme, i supporti possono diventare però segni contraddittori che garbatamente disorientano chi li consideri nella loro sostanza e non si fermi al ritmo della composizione, alle proporzioni, ai tralci, ai grappoli, alle bottiglie o ai personaggi. Perdersi nel loro insieme diviene allora esperienza multiforme, alla ricerca di percorsi di senso alternativi che lasciano il campo alla libera espressione dell’immaginazione, la quale, non solo nell’artista ma anche nello spettatore, ha dunque il suo diritto di incoerenza, in un mondo in cui la concezione oggettiva della realtà è ancora più in crisi rispetto al passato. li linguaggio delle opere, pertanto, non si esprime in modo aulico, ma perlopiù ironico, festoso oppure concentrato e riflessivo, talvolta ammiccante come deve essere in un’esposizione che celebra la “sensorialità” del vino quale efficace viatico che accompagna la vita dell’uomo nel suo complesso e pur sempre avvincente fluire.
Più ci si immerge nella lettura delle opere, più il vino si stacca dalla sua funzione di bevanda sociale, o cui fare appello per alienarsi dal mondo circostante e dalla noia, e diventa piuttosto un metro di paragone, una similitudine, una metafora per parlare di arte e di sinestesia. Il vino finisce addirittura per ingarbugliarsi con esse, al punto da divenire paragonabile con la loro stessa essenza. Bisogna dunque fare i conti con queste opere enoiche, in cui il vino si trasforma anche visivamente in qualcosa di raffinato, di buono ed eccelso. Come per le edizioni passate, il catalogo diviene lo strumento attraverso cui lo spettatore, leggendo sintetici profili sulle opere, piccole impressioni “emotive” suscitate da una visione scevra da qualunque speculazione critica, lo spettatore, si diceva, può ri-definire i propri percorsi sensoriali mediante l’osservazione pura delle opere, che, rivissute e rigenerate di volta in volta mediante un diverso approccio alla lettura, spingono alla ricerca di nuovi orizzonti percettivi ed emozionali. Che si brindi, dunque, a questo percorso eno-visivo che della sinestesia si fa non solo immagine ma anche linguaggio:
“Evoé, Lieo: tu gli animi
Apri, e la speme accendi.
Evoé, Lieo: ne’ calici
Fuma, gorgoglia e splendi”.
(G. Carducci, Brindisi, in Juveni/ia)